Il diritto alla non-adozione

Potenziamento cognitivo, libertà individuale e neurotecnologie in Europa

David Orban — le mie risposte integrali all’intervista per Le Scienze MIND sul neurohacking delle protesi non terapeutiche. Le domande sono di Teresa Giusti (Master in Comunicazione della Scienza, SISSA); una versione è stata pubblicata su MIND.


In che misura il potenziamento cognitivo può rappresentare una libera scelta individuale, e quando invece rischia di diventare una pressione sociale?

La società, per definizione, influenza e vincola i suoi membri attraverso regole condivise. In numerosi ambiti — e inevitabilmente, nel momento in cui scegliamo di vivere in una comunità — occorre esserne consapevoli.

Tuttavia, le condizioni sociali e tecnologiche non sono statiche: emergono costantemente nuove opportunità, nuovi bisogni, nuovi strumenti. Di fronte a tali cambiamenti, individui e collettività plasmano e ridefiniscono le modalità della convivenza.

Già oggi conviviamo con forme di potenziamento cognitivo che, se un tempo erano frutto di passione o curiosità individuale, sono ora divenute presupposti funzionali alla partecipazione sociale. L’alfabetizzazione digitale, per esempio, è ormai condizione necessaria per accedere a diritti fondamentali: lo Stato impone l’uso di piattaforme elettroniche per adempiere a obblighi fiscali, e chi non è in grado di utilizzarle deve ricorrere all’assistenza di terzi.

In questo scenario, è plausibile che anche i futuri strumenti di potenziamento cognitivo, una volta dimostratisi efficaci e diffusamente applicabili, diventino presenze ordinarie e attese. Chi non vorrà, non potrà o non dovrà adottarli si troverà in tensione con le nuove norme implicite di partecipazione collettiva.

La specificità del momento attuale risiede nella potenza di questi strumenti, nella profondità delle trasformazioni che possono indurre e nella rapidità con cui si diffondono. La scrittura ha impiegato secoli per affermarsi come competenza di massa. L’informatica ha richiesto una generazione. Le tecnologie di potenziamento cognitivo emergenti, invece, potrebbero diventare pervasive nel giro di pochi anni, senza lasciare tempo sufficiente per un adattamento graduale.

Già oggi si sentono espressioni come: “meno male che sto andando in pensione, così non devo imparare a usare l’intelligenza artificiale”. Ma con le nuove tecnologie in arrivo, questo margine di rinuncia potrebbe non esistere più. L’espansione forzata della propria adattabilità rischia di risultare insostenibile per una parte della popolazione. Sarà allora necessario decidere se accettare la marginalizzazione di questi individui, oppure se riconoscere e tutelare una nuova forma di diritto: il diritto alla non-adozione, alla disconnessione cognitiva, alla continuità biologica. Solo in tal modo si potrà garantire una vita dignitosa anche a chi sceglie consapevolmente di non potenziarsi.

Quali sono i rischi, per l’Europa, nel frenare troppo l’innovazione neurotecnologica rispetto ad altri blocchi geopolitici? Esiste un approccio risolutivo?

L’Europa ha adottato da tempo un principio precauzionale che impone, di fatto, l’onere della prova all’innovazione: alle tecnologie più avanzate si chiede di dimostrare, prima ancora della loro diffusione, l’assenza di rischi. Questo principio, pur animato da intenzioni nobili, produce conseguenze significative in termini di competitività.

Appare inevitabile che un simile approccio venga applicato anche all’innovazione neurotecnologica, rallentandone lo sviluppo e confinandone l’adozione. Il paradosso è evidente: ci si sorprende dello strapotere americano o cinese in ambiti in cui l’Europa ha deliberatamente frenato il proprio progresso, ignorando che altri attori globali non condividono lo stesso livello di cautela.

Se l’Europa riconoscesse nelle neurotecnologie una posta in gioco strategica, capace di determinare un nuovo equilibrio geopolitico, dovrebbe allora esplorare soluzioni alternative al paradigma attuale. Una via possibile sarebbe l’istituzione di zone sperimentali soggette a regolazione flessibile, dove l’innovazione possa procedere con velocità, sotto osservazione pubblica e trasparente. In tali contesti, le regole stringenti vigenti altrove verrebbero temporaneamente sospese, al fine di favorire la ricerca, lo sviluppo e la validazione di nuove tecnologie.

Un modello ispiratore potrebbe essere quello delle zone economiche speciali istituite in Cina negli anni Ottanta, come Shanghai e Shenzhen. In quei territori, un regime di libertà imprenditoriale straordinaria ha consentito la nascita di imprese, lo sviluppo tecnologico e il raggiungimento di primati produttivi e commerciali globali. Il tutto sotto monitoraggio costante da parte delle autorità statali, ma con ampio margine operativo.

Oggi, l’Europa ha l’opportunità di riflettere su un proprio modello di “zona etica di sperimentazione”, che concilii rigore e dinamismo, precauzione e progresso. Il dibattito, però, deve iniziare subito, se si vuole evitare l’ennesima rinuncia a un campo tecnologico cruciale. Le neurotecnologie non sono solo un’area di ricerca: rappresentano una delle prossime frontiere del potere cognitivo e culturale. Lasciarle agli altri significa non solo perdere terreno economico, ma anche cedere il controllo sui modelli mentali che plasmeranno il futuro.


Una versione di questa intervista è stata pubblicata su Le Scienze MIND (2026).