Dal lavoro alla passione

I robot umanoidi non sono la fine dello scopo umano

David Orban — testo integrale del mio contributo all’inchiesta della rivista Formiche sull’era dei robot umanoidi. Una versione è stata pubblicata sul numero di febbraio 2026.


I titoli si scrivono da soli: i robot umanoidi ci ruberanno il lavoro. Magazzini, fabbriche, manutenzione: prima i compiti ripetitivi, poi il resto. Se le macchine fanno il lavoro, che ne sarà dei lavoratori? È una paura ragionevole, ma è anche la domanda sbagliata.

Questa domanda l’abbiamo già posta. Mille anni fa la sopravvivenza stessa era incerta, ogni inverno una scommessa sul raccolto estivo. L’idea che qualcuno potesse vivere senza lavorare nei campi sarebbe sembrata non utopica ma folle. Eppure, eccoci qui. Il Novecento ha costruito reti di protezione sociale che, per quanto fragili, hanno reso la mera sopravvivenza un fatto ordinario in gran parte del mondo. Ciò che un tempo sembrava impossibile è diventato la normalità. Questo è lo schema: ogni trasformazione rende ordinario ciò che prima era impensabile.

L’emergere dei robot umanoidi segue una progressione profonda. Inizia con l’energia: la rivoluzione del solare, dell’eolico e delle batterie sta già fornendo energia abbondante a costo marginale quasi nullo. Dall’energia nasce l’auto-organizzazione: il darwinismo universale si applica non solo alla biologia ma a qualsiasi substrato in cui operino variazione e selezione, comprese le economie, le tecnologie e le idee. La conoscenza si accumula. Le capacità si moltiplicano. E alla fine di questa catena non c’è l’ozio ma qualcosa che possiamo chiamare passione: l’irriducibile spinta umana a creare valore e significato.

I robot umanoidi, governati da intelligenze artificiali avanzate, si coordineranno a scale e velocità inaccessibili agli esseri umani biologici. La loro capacità di auto-organizzazione supererà la nostra. È proprio per questo che sono importanti: non sono semplicemente una nuova categoria di strumenti. Sono una piattaforma su cui progettare e realizzare un nuovo tipo di civiltà.

Le proiezioni indicano che entro venti o trent’anni potrebbero esserci dieci miliardi di robot umanoidi sulla Terra, e cento miliardi nel sistema solare. Non si tratta di una forza lavoro sostitutiva, ma di un’espansione delle capacità operative della civiltà umana di due ordini di grandezza. A quel punto, parlare di “posti di lavoro persi” sarà come preoccuparsi che l’invenzione della stampa abbia tolto lavoro agli amanuensi. La scala cambia la natura stessa della domanda.

Consideriamo chiaramente il paradosso. Secondo le misure economiche tradizionali (produttività, output, valore del lavoro) la diffusione dei robot umanoidi porta a una conclusione assurda: al limite, il 100% degli esseri umani diventa privo di valore. Ma se una metrica rende tutti privi di valore, il difetto è nella metrica, non nelle persone. Dobbiamo trovare nuovi modi per misurare la ragion d’essere degli individui e delle comunità. La presunta minaccia si rivela una liberazione dall’essere valutati solo per ciò che produciamo.

Cosa faranno dunque gli esseri umani? Faranno ciò che hanno sempre fatto quando liberati dalla necessità: creare. In una civiltà costruita su energia abbondante, intelligenza e lavoro robotico, ognuno diventa sia imprenditore che investitore. Non nel senso ristretto di startup e venture capital, ma nel senso più profondo di questi ruoli. L’imprenditore esplora cosa significa essere umano, avvia sfide degne di attenzione. L’investitore decide di allocare passione e significato verso quelle sfide. La curiosità attrae talento; la passione attrae sostegno. L’autorealizzazione, un tempo privilegio di pochi, diventa l’aspettativa di base per tutti.

Naturalmente non sarà facile. Il ritmo del cambiamento supererà i limiti di adattabilità di molte persone. Ci saranno angoscia, tensione, vera sofferenza. Non possiamo ignorarlo come fecero le società durante la Rivoluzione Industriale. In un mondo globalmente connesso, sappiamo, e quindi dobbiamo prenderci cura della crescente fascia di persone che potrà gettare la spugna e farsi cogliere dalla disperazione e dalla rabbia. La finestra per agire è adesso, prima che la turbolenza colpisca in pieno. Dobbiamo investire per proteggere le persone, non le industrie, non lo status quo, affinché possano sperimentare come definire le proprie traiettorie. La legge dei grandi numeri si applica: se vogliamo che emergano esseri umani eccezionali, dobbiamo coltivare le condizioni affinché tutti vivano con dignità e scopo.

I robot umanoidi non sono la fine dello scopo umano. Sono l’inizio di qualcosa che non abbiamo ancora imparato a nominare. La vera minaccia non sono le macchine. È il nostro fallimento nell’immaginare cosa potremmo diventare.


Una versione di questo testo è stata pubblicata sulla rivista Formiche (numero di febbraio 2026).