
Roberta Lanzara mi ha intervistato per Adnkronos sulla trasformazione tecnologica che stiamo vivendo e sulla Singularity University. L’articolo dell’agenzia, con il taglio e la cornice redazionale della testata, lo trovate qui: leggilo su Adnkronos. Quella che segue è invece l’intervista in sé, nella versione integrale del nostro dialogo. Ringrazio Roberta e la redazione.
Qual è la domanda che dovremmo farci?
Farei due distinzioni. La prima: è assolutamente vero che siamo di fronte a una serie di fenomeni che si svolgono simultaneamente e si intrecciano, e quindi rappresentano un quadro complesso che, se non si ha la pazienza di approfondire — o la fortuna di avere qualcuno che lo interpreta per noi, che è proprio il lavoro dei giornalisti — risulta di difficile comprensione. La seconda: questi fenomeni si possono interpretare in modi complementari, diversi; non c’è un solo modo di leggerli. Io sono abituato a farlo dall’ottica dei cambiamenti tecnologici, che hanno implicazioni di organizzazione sociale e che poi si esprimono in movimenti politici, forme di governo, decisioni esecutive. Generalmente non commento gli aspetti contingenti di un particolare governo o partito, perché guardo i fenomeni nelle loro onde più lunghe.
Quindi, qual è la domanda che dobbiamo farci? Secondo me una delle domande fondamentali oggi è questa: se questo nostro momento è così particolare come ci sembra. Ci viene costantemente insegnato a diffidare di questa impressione — nella storia le epoche si somigliano, non dobbiamo pensare che ci sia una nazione o una civiltà speciale; siamo abituati a un relativismo che tende a mettere tutto sullo stesso piano. E quindi siamo portati a credere che l’impressione che il nostro momento sia speciale nella storia del mondo sia un’impressione sbagliata. Porsi la domanda — questa impressione è vera o è sbagliata? — è già un punto di partenza valido. La mia risposta è che questa impressione non è sbagliata: questo momento storico è davvero particolare, è una trasformazione fondamentale, quasi un cambiamento di fase nella storia della civiltà umana — e possibilmente anche oltre.
Che cosa significa “possibilmente anche oltre”?
Significa che le decisioni che prendiamo adesso non influenzano solo le prossime generazioni, come accadeva nelle grandi esplorazioni geografiche. L’imperatore cinese richiamò a casa le proprie navi, dieci volte più grandi di quelle di Colombo, e noi oggi non parliamo cinese perché non siamo stati colonizzati da loro: quelle decisioni hanno influenzato centinaia o migliaia di anni di futuro. Le decisioni che prendiamo oggi vanno oltre: vanno oltre il futuro della Terra stessa, influenzano il futuro del Sistema Solare e potenzialmente del resto dell’universo. La ragione è che, grazie allo sviluppo tecnologico raggiunto, stiamo per colonizzare il Sistema Solare, e poi sicuramente non ci fermeremo. Al momento non abbiamo nessuna traccia di altre civiltà tecnologiche: se è vero che siamo soli, il compito e la responsabilità di risvegliare l’universo — di trasformare la materia morta in vita, pensiero, ambizione e curiosità — è una responsabilità ancora maggiore. Questo è lo schema più grande, che abbraccia tempo e spazio nelle loro massime estensioni.
Se questo momento è così particolare, è possibile prendere decisioni in modo oculato, evitando errori potenzialmente fatali? E qual è il metodo per farlo?
I metodi che abbiamo usato in passato hanno funzionato? Dove sì, dove no, e come possiamo migliorarli? Da qui il valore della conoscenza, della ricerca scientifica e dell’applicazione di questa ricerca in strumenti, ingegneria e tecnologia che migliorano la vita quotidiana delle persone.
Le persone sono naturalmente curiose — devono esserlo, per testare ciò che le circonda — ma hanno anche, molto naturalmente e biologicamente, paura dei cambiamenti estremi, perché non hanno la certezza di potervisi adattare. Oggi tante persone temono la tecnologia perché si rendono conto che è quella che sta catalizzando cambiamenti molto grandi nel mondo. Cadono però in un estremo: un timore naturale, che attraverso la curiosità potrebbe sfociare nella sperimentazione e nella conoscenza, le porta invece al rifiuto della tecnologia. Si immaginano di non essere in grado di compiere quell’approfondimento, o di non avere accesso agli strumenti per elaborare le implicazioni dei cambiamenti, e quindi immaginano che con il rifiuto della tecnologia possano riguadagnare la stabilità che desiderano — sia essa relazionale o economica.
Un neolaureato — o peggio ancora un neodiplomato — oggi dice: sto per iscrivermi all’università per studiare per quattro anni cose decise quarant’anni fa, e quando uscirò laureato, quanto sarò preparato a un mondo che nel frattempo è avanzato non di cinque anni, ma dell’equivalente di cinquant’anni in termini di cambiamenti tecnologici? La ricetta del passato — impegnati a studiare, laureati, e poi troverai lavoro e stabilità economica — è oggi un’illusione, e il timore del diplomato che fa questo ragionamento è assolutamente ragionevole. Ma la risposta di molti — non usiamo l’intelligenza artificiale, non abbracciamo il cambiamento, cerchiamo di rallentare — è una risposta illusoria, perché presume di poter realizzare il ritorno alla stabilità precedente. Non è così: non lo è tecnologicamente e non lo è economicamente. Nel mondo dell’economia globale e della competizione, una nazione che scelga di rallentare si riduce alla povertà, invece di riguadagnare la stabilità del passato.
A mio avviso è molto importante convincere il numero maggiore possibile di persone che non sono impotenti rispetto ai cambiamenti tecnologici. Anzi: oggi più che mai le barriere all’ingresso per sperimentare e comprendere che cosa sta succedendo sono bassissime. Un esempio semplice che non molti colgono: tutti amiamo lamentarci delle diseguaglianze, di quanto è ingiusto che i miliardari abbiano i loro miliardi, illudendoci che se li togliessimo a loro li avremmo noi. Ma per capire quanto in realtà siamo uguali nelle opportunità basta rendersi conto che i miliardari non hanno uno smartphone migliore di chiunque altro. La base di opportunità che possedere uno smartphone oggi rappresenta è uguale per tutti: la differenza non è nella quantità di soldi, è nell’immaginazione di come utilizzare gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione.
È un punto di vista molto ottimista.
È un misto di scelta e di predisposizione. Ma il mio richiamo è a cercare di essere più ottimisti, perché l’ottimista, quando ha ragione, è meglio per tutti; mentre il pessimista, quando ha ragione, è peggio per tutti. Quindi, se vogliamo avere ragione, tanto vale essere ottimisti. È anche un po’ una profezia che si autoavvera: se sono ottimista e penso di poter correre dei rischi per raggiungere un obiettivo, e ho ragione, quei rischi avranno generato dei ritorni e ne sarà valsa la pena. Se sono pessimista e dico “non ci provo neanche, tanto non ci riesco”, avrò altrettanto ragione — e non avrò combinato niente.
Questo atteggiamento di agire, di disegnare un futuro che vogliamo realizzare, è reso possibile oggi da una parte dalla tecnologia, che permette alle idee di viaggiare a velocità enorme e alle idee migliori di attrarre attenzione ed entusiasmo da parte di altri che vogliono aggregarvisi; ma è reso possibile anche dall’evoluzione del contratto sociale. Invece di finire, come nel Medioevo, nella prigione dei debitori, una persona che corre dei rischi imprenditoriali e non ce la fa può comunque sentirsi parte integrante della società: non viene espulsa, punita o maledetta. In certi posti, come la Silicon Valley, ci si rende conto che il fallimento di un progetto è un processo naturale nella ricerca di ciò che poi effettivamente funziona. Google non è stato il primo motore di ricerca, Facebook non è stato il primo social network: tante realtà si sono manifestate attraverso una sperimentazione che era necessaria e naturale.
Che cos’è quindi la “singolarità tecnologica”?
La singolarità tecnologica e la particolarità del cambiamento che viviamo oggi derivano dallo sviluppo della potenza dei nostri computer e degli algoritmi che vi girano, in particolari applicazioni che chiamiamo di intelligenza artificiale. E le applicazioni di intelligenza artificiale non sono uguali alle altre, perché promettono non solo di essere avanzate, ma di avere una capacità di automiglioramento. Le faccio un esempio concreto: la registrazione audio di questa nostra conversazione non è una mera registrazione — viene trascritta dall’intelligenza artificiale in tempo reale. La sbobinatura che i giornalisti facevano a fatica dieci o vent’anni fa oggi è automatica, istantanea e di altissima affidabilità. È una prestazione straordinaria, e come questa ce ne sono altre in tantissimi campi. Ma il punto a cui stiamo per arrivare è un altro: non solo possiamo usare la bravura dei programmatori per realizzare queste applicazioni — le applicazioni stesse saranno in grado di realizzare le proprie versioni future. Questo processo di miglioramento ricorsivo, che stiamo per raggiungere letteralmente in questi mesi, rappresenta quel cambiamento di fase dirompente che possiamo etichettare con l’espressione “singolarità tecnologica”.
Attenzione, però: la “singolarità” qui è un’analogia, una mera analogia, che può anche essere fuorviante. C’è chi prende l’analogia fisica — collegando la singolarità tecnologica alla singolarità all’interno dei buchi neri — ma non ha particolare utilità, soprattutto nella divulgazione, perché spiega una cosa complicata e poco conosciuta con un’altra cosa complicata e poco conosciuta. Se dico a chi non è un fisico “la singolarità tecnologica è come la singolarità nei buchi neri predetta dalla relatività generale di Einstein”, quella persona annuisce e non ha capito niente — ed è giusto che non abbia capito niente. La ragione vera per cui si chiama così è un’altra: rappresenta una barriera, un velo, un cambiamento di fase. Le cose che accadono prima e le cose che accadono dopo sono molto diverse. E la nostra capacità di prevedere ciò che accade dopo è limitata: i meccanismi del dopo, essendo diversi da quelli del prima, portano un’incertezza maggiore, e quindi è ragionevole chiedersi quali regole varranno ancora e quali saranno radicalmente diverse.
Quali sono le conseguenze, soprattutto sul fronte del lavoro? E a chi giova — cui prodest?
Un paio di esempi per dare la misura. Nel XX secolo siamo abituati a una crescita economica media del 2-3% l’anno: quando l’economia cresce meno ce ne lamentiamo, quando cresce di più — come in Cina negli ultimi vent’anni — ce ne meravigliamo. Ma nei mille anni precedenti la media non era quella: era poco più del 2% ogni decennio. La crescita economica è aumentata di dieci volte nel XX secolo rispetto al millennio precedente. Ora ci sono proiezioni che, attraverso l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società, si aspettano una crescita economica di molto superiore, fino a oltre il 100% all’anno: un’economia che raddoppia ogni anno.
Una crescita di questo ordine non è semplicemente “più della stessa cosa”: comprime in pochi anni trasformazioni che storicamente hanno richiesto generazioni. Sul fronte del lavoro il rischio reale non è “la fine del lavoro”, ma il disallineamento: ci si forma su programmi pensati per un mondo statico e ci si ritrova in un mondo che avanza di cinquant’anni in cinque. Le mansioni che oggi definiscono un mestiere vengono automatizzate, ma se ne aprono di nuove più rapidamente di quanto riusciamo a dar loro un nome. La risposta non è proteggersi o rifiutare, ma impegnarsi: mettere le mani sulle tecnologie, sperimentarle, restare in apprendimento continuo. E qui sta anche la risposta al cui prodest. Il fattore che fa la differenza non è il capitale — un miliardario non ha uno smartphone migliore del nostro — ma l’immaginazione con cui si usano strumenti a cui, per la prima volta nella storia, quasi tutti hanno accesso. La crescita può andare a beneficio di molti, ma non automaticamente: a chi giovi dipende dalle scelte, anche politiche, che facciamo adesso, da come distribuiamo i guadagni di produttività e da come governiamo la transizione. Rifiutare la tecnologia è l’unico modo per perdere con certezza; parteciparvi è la condizione, non la garanzia, perché il beneficio sia diffuso.
Anche per l’Italia le previsioni saranno di grande crescita economica?
L’Italia era una nazione poverissima all’inizio del XX secolo e oggi non è una nazione povera. Le piace piangersi addosso, le piace pretendere di valere poco — ma ci sono milioni di persone che cercano di immigrare in Italia, e quella è una misura concreta del fatto che è una destinazione desiderabile. Da ottimista, immagino che l’Italia non sceglierà di uscire da questo meccanismo. Una nazione industriale come l’Italia dovrebbe praticamente commettere un suicidio economico per forzarsi a non essere parte di questo cambiamento: dovrebbe dichiarare un’autarchia isolata dal resto del mondo, cosa che oggi fa solo la Corea del Nord. Se invece continua a far parte dell’economia mondiale, verrà naturalmente a beneficiare dei cambiamenti in arrivo. Poi, che questo aumento della produttività sia del 100% o del 50% all’anno, poco importa: si tratta di un nuovo paradigma economico reso possibile dai cambiamenti tecnologici, tanto diverso — e più — quanto è diverso il Medioevo del 1200 rispetto al XX secolo. Solo che, invece di accadere nell’arco di ottocento anni, accade nell’arco di cinque.
Cosa accadrà in concreto nei prossimi anni nella vita delle persone?
Per proiettarlo, vale la pena ricordare quanto è già cambiato. Negli anni Venti, se uno prendeva la nave dall’Italia e andava in America, era per sempre: se gli andava bene mandava una lettera, che arrivava dopo qualche mese; chi la riceveva sapeva leggere sì e no; qualche mese dopo arrivava la risposta. Negli anni Cinquanta e Sessanta cominciavano le telefonate intercontinentali: dieci minuti potevano costare una settimana di stipendio. Oggi parliamo per ore con chiunque nel mondo senza costi aggiuntivi. Questi sono cambiamenti già avvenuti — e quelli in arrivo saranno altrettanto radicali.
Ci saranno cure per malattie oggi incurabili: l’Alzheimer, il diabete. È uscito pochi giorni fa un risultato scientifico incredibile: una singola iniezione che porta alla remissione completa del cancro al pancreas, uno dei tumori più letali, con una sopravvivenza mediana di pochi mesi dalla diagnosi — una condanna a morte letterale. Oggi è in fase di sperimentazione una cura completa, con una singola iniezione, con remissione totale. Abbiamo davvero la possibilità di affrontare con successo, una dopo l’altra, le cause di morte che caratterizzavano la condizione umana — e quindi questa condizione cambierà, anche nel modo in cui percepiamo la possibilità di progettare una vita sana più lunga di decenni.
Un’altra ragione per cui la condizione umana cambierà radicalmente è che — inizialmente pochi, poi un numero sempre maggiore di persone — si sceglierà volontariamente un’interfaccia con i computer e con le intelligenze artificiali molto migliore di quella attuale. Oggi usiamo ChatGPT con la tastiera o a voce, ma il tasso di scambio delle informazioni è basso: noi umani da una parte e le AI dall’altra stiamo scalpitando per capirci meglio, a velocità maggiore, più a fondo. Si stanno realizzando interfacce cervello-computer che oggi cominciano ad aiutare le persone colpite da gravi malattie: per prime le persone affette da SLA, completamente paralizzate, che possono muovere solo gli occhi ma sono perfettamente coscienti dentro il loro corpo. Oggi vengono impiantate interfacce che permettono loro di usare il computer, di comporre col pensiero frasi che il computer pronuncia con la loro voce, sintetizzata dall’analisi di registrazioni passate, rientrando in contatto con i familiari. E queste interfacce sono solo l’inizio: dall’aiutare le persone con disabilità si diffonderanno alle persone che vorranno utilizzarle per aumentare i gradi di libertà con cui disegnano la propria vita. Le persone meno entusiaste, meno propense alla novità, lo vedranno come qualcosa di difficile da accettare.
Quali sono i tempi di questo cambiamento di fase?
Le sperimentazioni sulle persone con disabilità stanno già avvenendo adesso. Per il passaggio ulteriore è in parte una questione di regolamentazione — di quando verrà permesso — e poi gli avventurosi che dicono “io lo provo subito” ci saranno al volo. Io stesso, in maniera molto scenografica ma con niente a che vedere con ciò che è possibile fare oggi, quasi quindici anni fa ho impiantato un chip nella mano che mi permette di comunicare con i computer dove c’è la predisposizione: aprire porte, usare fotocopiatrici, scambiare informazioni di contatto, pagare il caffè. È un piccolo chicco di riso che si sente sotto la pelle, quando qualcuno vuole verificare che ci sia davvero qualcosa. Quando ne parlo alle conferenze, una gran parte delle persone è curiosa, ma un’altra parte importante è completamente inorridita.
Per rispondere alla domanda su quando si diffonderà: entro cinque anni i primi avventurosi potranno farlo, ed entro dieci anni sarà qualcosa per cui molte persone si chiederanno non solo se farlo, ma come fare a farne a meno — un po’ come oggi sono poche le persone che possono permettersi di non avere un cellulare. Questa interfaccia di tipo nuovo con le intelligenze artificiali, insieme ai miglioramenti biologici, della medicina e della qualità della vita in un corpo che si mantiene giovane, attivo ed energico per decenni, sarà la base di quello che, guardando indietro, ci farà dire: è stato giusto chiamare quel periodo di transizione “singolarità tecnologica”, perché oggi viviamo in un mondo molto, molto diverso.
Lei, con questo chip nella mano, riesce a fare che cosa?
Dipende da che cosa c’è nell’ambiente. Un po’ come nel bellissimo romanzo di Mark Twain, Un americano alla corte di re Artù: il protagonista torna indietro nel tempo e deve reinventare tutto. Se avessi un cellulare senza le torri dell’infrastruttura che permettono le chiamate, me ne farei poco — e anche il chip ha bisogno di un ambiente attrezzato. A Stoccolma, in particolare, c’è un edificio chiamato Epicenter completamente attrezzato per essere usato attraverso il chip: la fotocopiatrice, lo scambio dei dati di contatto, pagare il caffè, aprire le porte. Ma posso usarlo anche a casa mia; semplicemente, per pagare al bar è più comodo il telefono. Quando l’ho impiantato, quindici anni fa, era qualcosa di molto esotico — ma la tecnologia è la stessa dei pagamenti contactless che allora i telefoni non avevano e che oggi usiamo tutti. Non importa la forma che prende: quello che importa è la funzione che eroga, il beneficio che dà. È per questo che l’analogia è utile: gli impianti di interfaccia cervello-computer che oggi hanno in pochi, migliorandosi e diventando sempre più agevoli e ricchi di funzionalità, saranno adottati da miliardi di persone.
Veniamo a quella che viene chiamata “università della singolarità”. In Italia in che forma esiste?
Come non traduciamo “Facebook” in “faccialibro”, è utile tenere l’espressione in inglese: si chiama Singularity University, è un nome proprio, non un’espressione da tradurre. Avendo io famiglia e casa in Italia, è stato naturale portare prima in Europa e poi in Italia questa iniziativa, che oggi vive attraverso un’organizzazione di ex studenti e simpatizzanti: un’associazione non profit chiamata Axelera, che è anche il chapter italiano della Singularity University e organizza incontri di divulgazione. Negli anni abbiamo tenuto più di una sessantina di incontri per divulgare la conoscenza delle tecnologie esponenziali e del cambiamento radicale che stiamo vedendo nel mondo.
Si parla spesso di un Singularity Summit a Stanford nel 2006, organizzato da Peter Thiel, prima della nascita dell’università nel 2008. È così?
Ricostruiamo la sequenza dall’origine, perché è importante essere precisi. Il punto di partenza è la pubblicazione, presso la NASA, di un articolo scientifico di Vernor Vinge intitolato The Coming Technological Singularity, nel 1993: un breve articolo, reperibile online, che articola ciò di cui stiamo parlando. Nel 2005 viene pubblicato il libro The Singularity Is Near — La singolarità è vicina, disponibile in italiano da Apogeo — scritto da Ray Kurzweil. È sulla scia di quel libro che negli anni successivi viene organizzato il Singularity Summit. La prima edizione si tiene alla Stanford University, nel 2006, ed è stata organizzata e finanziata da MIRI, il Machine Intelligence Research Institute; MIRI, a sua volta, era finanziato da Peter Thiel. Quindi Thiel ha dato dei soldi perché venisse organizzato, ma non l’ha organizzato lui: il fatto che ci fosse è, ai fini della Singularity University, irrilevante. In quegli anni, se si chiedeva agli esperti quando sarebbe avvenuto questo cambiamento di fase — l’intelligenza artificiale in grado di migliorarsi ricorsivamente — le risposte andavano da “tra trent’anni” a “tra cent’anni”, “tra mille anni” o “mai”: una distribuzione statistica talmente ampia da non avere quasi significato. Non c’era consenso, e per questo era utile una conferenza che cercasse di capire se un consenso si potesse raggiungere.
La Singularity University nasce poi, indipendentemente, nel 2008, fondata da Peter Diamandis e Ray Kurzweil; io ho fatto parte del gruppo che l’ha progettata al centro di ricerche della NASA, e ne sono Advisor e membro della facoltà. Il nostro obiettivo non era solo scientifico-tecnologico, ma anche catalizzare il pensiero economico e imprenditoriale: preparare una nuova generazione ad approfittare delle opportunità che questi cambiamenti avrebbero comportato. Per essere chiari, dato che le due cose condividono una parola: “Singularity Summit” e “Singularity University” non hanno niente a che vedere l’uno con l’altra, e Peter Thiel non ricorre nella storia, nella pratica o nelle attività della Singularity University.
Perché proprio dalla NASA questa grande attenzione, e come è nata la collaborazione con Google?
L’agenzia spaziale americana è sempre stata attenta alle nuove tecnologie, per definizione. Google ha sede dall’altra parte della strada rispetto al centro di ricerche Ames della NASA, e i fondatori di Google avevano già affittato un paio di piste di atterraggio e decollo per i propri aeroplani: c’era già una conoscenza reciproca tra Google e NASA. In particolare il direttore del centro di ricerche di allora, Pete Worden, era molto aperto alle collaborazioni esterne, e quindi, quando è emersa la possibilità di creare la Singularity University, si è volentieri offerto di ospitarla.
Che consiglio darebbe oggi a un giovane studente, per esempio di ingegneria o di fisica?
Di sporcarsi le mani nella maniera più diretta possibile con le tecnologie avanzate, che non hanno barriere all’ingresso o ne hanno pochissime. All’interno delle strutture universitarie, accompagnati dai professori più effervescenti e aperti alle novità — ma, se necessario, anche al di fuori. E di rendersi conto che possono costruire un percorso che non deve necessariamente diventare imprenditoriale: non tutti hanno voglia di assumersi il rischio che far partire un’impresa comporta. Un percorso, però, che permetta loro di uscire dallo schema banalizzante del curriculum, e di entrare in contatto con opportunità di lavoro attraverso la dimostrazione concreta di quello che sanno fare — risultando talmente brillanti che le aziende non possano permettersi di non assumerli. Oggi tutti possono mettere in piedi un sito in cui raccontare le proprie passioni e la propria progettualità, e al momento della ricerca del lavoro puntare a quello, non al curriculum in formato europeo che riduce tutti a un modulo che non racconta niente delle capacità reali.
E quando dico “anche al di fuori”, penso a cose molto concrete. Un ingegnere elettronico può comprare componenti con cui mettere in piedi progetti da far vedere. Ci sono sempre più laboratori robotizzati che, con pochi soldi, effettuano gli esperimenti per te: apri il computer, imposti quello che vuoi venga fatto, e dall’altra parte del mondo — letteralmente — dei robot spostano gli alambicchi e mescolano i reagenti per darti il risultato. Per l’ingegneria aerospaziale un esempio fantastico sono i nanosatelliti, i cosiddetti CubeSat: satelliti grandi un litro di volume, dieci centimetri di lato, che intere classi liceali progettano e fanno portare in orbita negli anfratti dei razzi, toccando con mano che cosa significa progettare, mettere in orbita, raccogliere ed elaborare segnali. Oppure l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, che a Roma organizza una scuola estiva con premi in denaro, aperta a chiunque, per l’utilizzo dei dati che mette gratuitamente a disposizione dai propri satelliti di osservazione terrestre — satelliti che costano miliardi — per applicazioni in agricoltura, urbanistica e in molti altri campi. Anche lì è solo questione di mettersi in gioco: non ci sono letteralmente barriere per avvicinarsi al campo.
Un’ultima domanda. Lei avrà letto l’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale. Ci sono ambienti vicini a chi ha contribuito alla sua scrittura che sollecitano l’Europa a costituire un centro alternativo alla Singularity University e al suo presunto transumanesimo, puntando invece a una sorta di neo-umanesimo. Che cosa ne pensa? E intanto: è corretto, guardando alla Singularity University, parlare di transumanesimo?
Sono tre aspetti distinti. Sul primo: io sono stato presidente dell’Associazione Mondiale dei Transumanisti, e Ray Kurzweil è un transumanista, quindi all’interno della Singularity University questa corrente sicuramente c’è. Però sono due cose diverse: la Singularity University guarda molto alle opportunità imprenditoriali che la tecnologia rappresenta, mentre il transumanesimo è una corrente filosofica. Si influenzano, ma non sono caratterizzanti l’una per l’altro.
Il secondo aspetto è il desiderio — ragionevole, ma poco sostanziato dai fatti — dell’Europa di non essere soggetto passivo nei confronti degli americani o addirittura dei cinesi in questa rivoluzione dell’intelligenza artificiale, e quindi di realizzare una sovranità autonoma. Ma le premesse semplicemente non ci sono, perché gli investimenti necessari sono di due o tre ordini di grandezza maggiori di quanto l’Europa sta mettendo in gioco. Senza quegli investimenti, principalmente in energia e data center, è illusorio parlare di sovranità autonoma dell’Europa nell’intelligenza artificiale. Quando il principale paese industriale d’Europa, la Germania, sceglie autonomamente la povertà energetica spegnendo le proprie centrali nucleari, per poi sorprendersi di dipendere dalle importazioni di gas russo, è evidente che non può puntare a raddoppiare o più gli investimenti in energia di cui i data center per l’AI hanno bisogno. L’unica nazione europea che può pensare di farlo è la Francia, proprio in ragione della propria autonomia energetica — e non a caso uno dei laboratori di intelligenza artificiale più importanti anche a livello mondiale è francese: non italiano, non tedesco, non olandese. Ma comunque siamo ancora lontani dal poter dare corpo a questo desiderio di sovranità autonoma.
Il terzo aspetto è l’enciclica papale, che — senza entrare troppo nel merito — io trovo un po’ paradossale: richiama a non affidarci a un’unica fonte morale, puntando il dito contro l’intelligenza artificiale, dopo aver preteso per duemila anni di essere l’unica fonte morale. Mi sembra un perfetto esempio in cui si può dire: da che pulpito. So che il Papa ha consultato diversi esperti, e uno di loro è uno dei fondatori di Anthropic — e meno male. Ma la Chiesa rischia di rifare l’errore commesso con Galileo: condannando il cambiamento, il progresso, la conoscenza scientifica e tecnologica, ci ha messo cinquecento anni per rendersi conto del proprio errore e chiedere ufficialmente scusa per la condanna di Galileo — per fortuna senza averlo bruciato, come Giordano Bruno. Se la Chiesa insiste nella condanna della tecnologia e del progresso anche nel caso dell’intelligenza artificiale, si troverà magari nella stessa condizione di errore galileiano, e dovrà chiedere scusa per non aver compreso i benefici che questa porterà all’umanità.
Intervista di Roberta Lanzara, pubblicata originariamente da Adnkronos il 15 giugno 2026.
